*Una storia vera*

scritta e documentata fotograficamente dalla Dr.ssa Miriam D'Ovidio per Focus Wild

Focus Wild - copertina n.62 Settembre 2016

Bastian il cigno articolo focus wild 2016"Sono un giovane cigno reale (Cygnus olor), vivo in Pianura Padana sulle rive del fiume Adda, dove le anse permettono all’acqua di avere poca corrente e creare così piccoli laghetti o paludi, ricchi di vegetazione.

Noi cigni viviamo in quasi tutta Europa, Nord Africa e Asia, esclusa l’Arabia Saudita e le regioni tropicali. In Italia siamo una specie protetta e in genere stanziali, solo chi abita nelle regioni fredde spesso migra in inverno per posti più caldi.

I miei genitori si sono conosciuti un autunno di qualche anno fa e, dopo stupende danze di corteggiamento, eseguite muovendo i loro colli lunghi e sinuosi, hanno deciso di diventare una coppia e di passare la loro vita, cioè circa 20-30 anni, insieme.

Abili volatori Mamma e papà sono molto grandi, pesano tra i 10 e i 23 kg, e come tutti i cigni reali sono bianchi, con zampe nere palmate e becco arancio. La nostra apertura alare raggiunge 2,5 metri e ci permette di essere abili volatori anche se il decollo, dato il peso, è abbastanza faticoso.

Mamma è un po’ più piccola di papà; lui ha una protuberanza nera sul becco più pronunciata, per il resto sono uguali e scommetto che se li vedeste separatamente non sapreste riconoscerli!

Noi cigni ci nutriamo di piante acquatiche ed erba che cresce sulla riva. Per mangiare in acqua immergiamo il nostro lungo collo e assumiamo una posizione che fa abbastanza ridere, perché rimaniamo col sedere per aria e il resto del corpo immerso. Qualche tempo dopo essersi conosciuti, poco prima della primavera, mamma e papà hanno iniziato a raccogliere e incastrare ramoscelli di legno per preparare un nido grande e al riparo dai predatori, dal quale si potesse accedere facilmente all’acqua.

A marzo, mentre papà era occupato a tenere gli altri animali lontano dal nido, la mamma ha iniziato a deporre le uova (lunghe circa 10 cm), a volte anche uno solo al giorno e a giorni alterni: stavolta, alla fine erano ben 8! Con un grande lavoro di cura e protezione del nido, la mamma ha coperto tutte le uova col suo corpo per tenerci al caldo, a una temperatura costante.

Ogni tanto si alzava per toccare col becco ogni uovo, girandolo delicatamente, oppure per risistemare il nido, lisciarsi le penne, togliersi qualche piuma per rendere il letto del nostro nido più morbido. Poi scendeva in acqua per andare a mangiare e papà le dava il cambio.

Ogni anno si occupano del nido e delle uova per 35-40 giorni, poi, poco alla volta, inizia la schiusa.

Io sono nato il 20 aprile, quando il mio uovo è diventato troppo stretto e io sono stato abbastanza forte per fare un buco nel guscio e vedere cosa succedeva fuori. Con la piccola protuberanza sulla punta del becco, il dente dell’uovo, che scompare pochi giorni dopo la schiusa, ho rotto il guscio. È stato un lavoro lungo e faticoso: ci ho messo almeno un’ora per riuscire a passare. Grigio e bagnato, sono nato per primo!

Nel giro di 2-3 giorni sono usciti anche i miei fratelli: 6 in tutto, perché un uovo non si è aperto. A un giorno dalla nascita, abbiamo fatto il nostro primo ingresso in acqua: mamma ci ha invitato con brevi suoni acuti, noi ci siamo alzati e l’abbiamo seguita in acqua. Mamma e papà avevano preparato il nido con una parte in leggera pendenza verso l’acqua, così siamo entrati facilmente: il nostro battesimo dell’acqua! Mamma stava davanti a tutti, io subito dietro di lei, poi i miei fratelli uno dietro l’altro e papà a chiudere la fila. In acqua ci hanno aiutato a mangiare per la prima volta. Muovendo velocemente le loro zampe palmate per agitare il fondale, hanno fatto affiorare piccoli pezzi di erbe acquatiche: noi, col collo ancora troppo corto, non riuscivamo a “pescare” sul fondo.

Tornati al nido, mi sono scaldato tra le penne di mamma, anche arrampicandomi sul suo dorso, tra le ali: in questa posizione mi sono anche fatto trasportare nei percorsi più lunghi in acqua. Il dorso di mamma ci ha accolti anche tutti e 7!

 Durante le gite sul fiume, sempre più frequenti, mi allontanavo dal gruppo, altre volte raggiungevo mamma e papà in acqua anche se sarei dovuto stare nel nido, oppure facevo piroette e altri giochi anziché cercare cibo.

Per questo, da riva, gli uomini hanno iniziato a distinguermi dagli altri e a dirmi che ero “bastian contrario”: Bastian è così rimasto il mio nome. Un po’ alla volta io e i miei fratelli ci siamo trasformati: dopo un mese è giunto il periodo più pericoloso per noi perché, anche se ancora piccoli, abbiamo iniziato ad allontanarci, con grandi pesci pronti a tenderci agguati e, in cielo, alcuni uccelli pronti a fare altrettanto.

Mamma e papà ci hanno difesi da estranei e pericoli, “gonfiandosi” e “soffiando” se cani o uomini si avvicinavano troppo! Abbiamo però imparato a riconoscere i visitatori abituali, capaci di rispettare le distanze e i nostri tempi, senza più temerli.

A 5 mesi, le piumette grigie sono scomparse e le penne bianche avevano screziature marroni a formare particolari disegni sulle ali.

Rimasti in 4, la mamma ci ha fatto provare i primi voli sulla superficie dell’acqua, finché un giorno ci siamo alzati dal letto del fiume in volo, sempre più in alto! Abbiamo imparato che non siamo gli unici abitanti del fiume, che è meglio diffidare da chi cammina a 4 zampe (anche ora che siamo grandi), e che ci sono molti tipi di uomini: alcuni ci portano cibo, altri, piccoli, corrono e fanno molto rumore, c’è chi ci sorride e ci guarda in silenzio per ore, altri fingono di portarci cibo e poi ci tirano sassi.

Dobbiamo stare molto attenti: per una sola svista possiamo rischiare la vita! Nonostante tutto, quando avevo 6 mesi, per colpa della mia curiosità, me la sono vista brutta!

Mentre giocavo con un filo che un pescatore aveva lasciato sulla riva del fiume, ho sentito qualcosa afferrarmi il becco.

Ho cercato di liberarmi, ma più mi muovevo e più questa cosa si attorcigliava; ho provato a ingoiarla ma il filo di nylon, alla cui estremità c’era un amo, si è ancorato nell’esofago. I giorni passavano e io facevo fatica a mangiare, perché la maggior parte del cibo restava attaccata al filo nell’esofago.

Senza riuscire a nutrirmi, mi sentivo sempre più debole e, giunto il giorno di lasciare il nido, non sono stato capace di volare coi miei fratelli: non avevo forze sufficienti!

Avventura a lieto fine, fortunatamente alcuni uomini dalla riva mi hanno visto in difficoltà, e una fotografa (che è anche veterinaria) è arrivata con alcuni colleghi per aiutarmi.

Li conoscevo, per cui mi sono lasciato avvicinare: loro mi hanno afferrato e tirato fuori dall’acqua. Ho provato a ribellarmi, ma ho capito che era meglio non combattere. Mi hanno bloccato a terra, mi hanno aperto il becco tenendolo fermo e hanno provato a liberarmi dal filo, che aveva già provocato un’infezione. Dopo mezz’ora sono riusciti a estrarlo e a togliere il cibo che era rimasto incastrato nell’esofago, poi mi hanno medicato e lasciato libero nel fiume.

Che spavento, ma mi sono sentito subito meglio: ho aperto le ali e mi sono allontanato contento! Dopo qualche settimana, recuperate le forze, mi sono alzato in volo: ora ho trovato un posto dove, con altri cigni, continuerò a costruire la mia storia. Grazie a chi mi ha visto nascere, mi ha seguito e si è occupato di me, salvandomi la vita!
 

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Copertina Focus Wild

 

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